Dalla mia terra alla Terra

testo di Giorgio Graziosi | clicca qui per contattare l’autore | Tempo di lettura: 3 minuti

Salgado, Dalla mia terra alla Terra

Mi piace aggirarmi in libreria, perdermi tra i vari settori facendo attenzione alla gente e a cosa guarda, cercando magari di indovinare lo scaffale di destinazione dall’aspetto della persona. Io entro, guardo, ascolto e annuso; zigzago tra tutti gli espositori traboccanti di pagine ma poi, puntualmente è come se dal settore della fotografia partisse un segnale che restringe su di se la mia attenzione, quindi come nella più stretta delle “vignettature” percepisco solo quello spazio e mi ci immergo. Tempo fa mi meravigliavo con le raccolte fotografiche di grandi maestri immortali ma da un po’ di tempo la mia curiosità è volta più a cosa ci sia dietro una foto, a come l’artefice concepisca il mondo e lo spazio, a quali sono state le sue esperienze per cui ha reputato rilevante quel momento; per trovare una sorta di cartina tornasole dell’Io traslato in immagine.

Partendo da tutte queste considerazioni mi sono ritrovato alla cassa con in mano il libro “Dalla terra alla mia terra”
Il libro in questione, edito Contrasto è un’intervista della giornalista francese Isabelle Francq a Sebastião Salgado in cui il fotografo ci racconta tutta la sua storia,dagli inizi fino alla realizzazione di Genesi.
Ho cominciato a leggere il libro una sera verso le 23, finendolo dieci minuti circa dopo la sveglia mattutina. Il testo si articola in agili capitoli che, con un buon ritmo narrativo, ci raccontano l’evoluzione del pensiero e delle azioni di una persona che è stata capace di reinventarsi e soprattuto creare approcci impensabili, fondendo profondamente la tecnica alla passione, la conoscenza alla curiosità, la realtà alla percezione.

Salgado ci e si racconta sotto una veste diversa, non il grande fotografo che è ma la persona che c’è dietro all’oculare della sua macchina; partendo dal suo Brasile, che fu costretto ad abbandonare come rifugiato a causa del suo attivismo politico nel ’69, passando per la brillante carriera di economista fino al giorno della svolta. La sua Lélia, una volta approdati in Francia, mentre era intenta nella stesura di una tesi in architettura ebbe bisogno di acquistare materiale fotografico per corredare di immagini il suo elaborato, così la coppia, approfittando di un soggiorno in Savoia si recò a Ginevra dove all’epoca si trova l’attrezzatura fotografica al miglior prezzo sul mercato… “Bastò un click” ci racconta Salgado, per fargli cambiare totalmente vita; probabilmente il click è da intendere come il rumore della macchina fotografica ma lo possiamo benissimo inquadrare anche come il rumore di un interruttore, che al suo scattare ha prodotto una luce irrefrenabile facendo avvampare la passione di un giovane e promettente economista per qualcosa di totalmente nuovo! Sia lodato quel “click” diremo noi… Ed ecco che il gioco è fatto, quel ragazzo con capelli lunghi e barba bionda, tanto lontano dai cliché razziali sud americani, compie qualcosa di fenomenale si butta a capofitto nella fotografia, prima approfittando dei suoi viaggi di lavoro come economista per una compagnia britannica di tè in Ruanda, cominciando ad apprezzare le vite degli altri notando che la specie è unica non ci sono differenze razziali e tanto meno biologiche (celebre la foto della zampa di un’iguana in cui Salgado rivede la mano di un uomo ricoperta da una cotta di maglia).

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Il libro continua ad articolarsi con le sue varie esperienze raccontate in forma molto personale ed emotiva, ci racconta dell’immenso amore per la sua compagna di vita Lélia, per i figli Juliano e Rodrigo (quest’ultimo affetto da sindrome di down,che farà apprezzare ancora di più a Sebastião, per sua stessa ammissione,la bellezza e la diversità delle cose che ci circondano).

Ci parla in oltre dell’empatia che riesce sviluppare con i suoi soggetti; ho trovato incredibilmente umana la sua interazione con una testuggine alle isole Galapagos. Ripercorrendo i suoi lavori più importanti come “Altre Americhe” o “La mano dell’uomo” il grande fotografo ci parla con la convivialità di chi non riesce a tenere a freno la sua passione e ci tiene tantissimo a renderne parte il suo interlocutore, raccontando più che la foto in se gli aneddoti che ci sono dietro o le varie peripezie per arrivare in un determinato punto da cui scattare.

A mio parere Sebastião Salgado è il più grande fotografo vivente, ma non solo per l’efficacia dei suoi lavori ma per la straordinaria persona che è
Un mio modesto consiglio: una volta terminata la lettura, risfogliate il libro solo vedendo le immagini, vedrete qualcosa di completamente diverso perché la vostra percezione sarà cambiata